EP05 LA PALUDE SIDERALE / THE SIDEREAL SWAMP
Il Cielo, Fa Acqua Dappertutto
Lodovica Guarnieri
A cura di: Post Disaster
Lecture Performance,
05.04.2025
40.5016002, 17.2604334
Leggiadrezze
Non ricordo più quando ho iniziato a visitare questo luogo. Affondo le mani nella terra vischiosa. Osservo i granelli che si depositano lentamente sulla mia pelle. Piccole gocce mi bagnano il viso. L’umidità imbeve l’aria, si insinua nelle narici, si condensa sulle ciglia.
Alcune pensano che il Mar Piccolo coincida con la superficie dell’acqua. Che l’acqua e la terra siano domini separati. Ma io ho imparato che il Mare si diffonde attraverso maree “altre”. Si espande in fiumi di umidità e nuvole di vapore che affollano il cielo impregnando fibre e minerali per giorni, mesi e secoli.
Tutto si genera attraverso la sostanza umida di queste maree ispessite. Il Mare imbeve i corpi sopra e sotto la sua superficie, si espande e contrae con il loro respiro. Ci sommerge, ribellandosi ai confini geografici e temporali che gli sono stati imposti. [1]
In questo luogo quello che chiamiamo Mar Piccolo si confonde nella Palude. Leggiadrezze è una grande zona umida dove acque salate e dolci si intrecciano. Dove i nomi dei luoghi a volte sono doppi, a volte tripli. Galesè, Cetridde, Kannèlle, Scúpele, Sanda Lucìe, Sure’a lavannāre. [2] Nomi che rifiutano di farsi fissare ad un unico punto e che invece si muovono, lungo le correnti, con le reti dei pescatori. Leggiadrezze è fatta di mondi che non sono nè mai completamente d’acqua, né mai completamente di terra.
Inspiro l’umidità che filtra lentamente dalle piante, dal terreno, e dai ponteggi abbandonati. Altri polmoni si espandono sotto i miei. I pesci battono le pinne, le loro branchie ondeggiano. Gli alberi affondano le radici, la loro linfa risale. Attivati dai più piccoli movimenti, gli inquinanti chimici archiviati nel paesaggio si risvegliano. La loro contaminazione latente ci forza a una relazione non consensuale con l’eredità tossica del progetto industriale.
Con le loro maree, il Mar Piccolo e Leggiadrezze trapelano nei nostri corpi. La loro acqua riversa dentro di noi strati di storie e di paesaggi. Mentre ci muoviamo in questa Palude, il passato che non è passato riappare, di continuo, per scardinare il presente.
Movimento I
Stornara, Pantano, Caggiuni, Foggione, Leggiadrezze, S. Brunone, Buffoluto, Palude Tateo, Palude Salina Piccola o Salinella, S. Giorgio, Palude Salina Grande, Palude Pamunno, Palude Mascia, Mostizza e Palma, Chidro, Tamari, Palude Burago e Belvedere, Palude Rotonda e S. Crispieri.
Dove prima sono questi nomi, ora emergono terreni. 24.000 ettari di terra nuova reclamata dagli acquitrini. Lineare, netta. Terra ferma. L’acqua, scissa dalla terra, viene imbrigliata in canali, il fango ammassato e compattato. [3]
Questa trasmutazione forzata è solo la prima delle tante conseguenze dell’incontro tra lo stato nazione e il capitalismo industriale. La storia che scaturisce è quella della soppressione della Palude a favore di un territorio tracciato da geografie binarie. L’acqua e la terra si dimenticano l’una dell’altra. L’asciutto e l’umido si contrappongono. Il sommerso emerge, disegnando una precisa delimitazione tra passato e presente, tra ciò che è vivo e ciò che è inerte. [4]
Predicando i mondi anfibi come deserti infertili, liberali prima, Fascisti poi, e Democrazia Cristiana dopo, giustificano la cancellazione della Palude a favore di uno sfruttamento sempre più industriale di chi la abita.
Dove c’è Leggiadrezze, sorgono i Cantieri Navali Tosi. Dove c’è San Brunone e Terre Salse, sorgono Italsider e Shell — poi ENI.
Con le bonifiche, la Modernità emerge come una visione escludente, costruita su innumerevoli “vuoti” da riempire con i rigurgiti del suo sviluppo.
Assieme ad altre, Leggiadrezze diventa terra nullius.
Le navi che salpano dai Cantieri — e che ricevono nomi cristiani — sono forse le uniche a sfuggire questo progetto di sfigurazione. Un processo che stabilisce eguali in un mondo di materia muta: natura inerte, energia, altro razzializzato. Queste immagini, queste separazioni, riverberano dalla Palude alla città, dalla metropoli alle colonie. Come Leggiadrezze, anche il Mediterraneo finisce al centro delle fantasie nazionaliste e coloniali di crescita e conquista. Insieme alla Palude, anche il Mare viene forzato a parlare la lingua dell’impero.
“Camicie nere, voi avete l’onore e il privilegio di ospitare nel vostro mare le forze navali dell’Italia fascista. Questo è un privilegio che vi impone dei particolari doveri. Noi fummo grandi quando dominammo il mare. Roma non poté arrivare all’impero prima di avere schiacciato la potenza marittima di Cartagine. Perché il Mediterraneo che non è un oceano ed ha due sbocchi soli, vigilati da altrui … perché il Mediterraneo non sia il carcere che umilia il nostro vigore di vita.”[5]
Movimento II
È il 1975. Dai Cantieri salpa uno dei due scafi della nave Castoro Sei. È progettata dalla SAIPEM, la partecipata dell’ENI che realizza infrastrutture per l’estrazione e il trasporto di idrocarburi. La Castoro poserà sul fondo del Canale di Sicilia 178 chilometri sottomarini della Trasmed, il gasdotto che collega il Sahara Algerino a Minervio, in provincia di Bologna. 178 di “2.500 chilometri di lavoro, tecnologia e cooperazione,”[6] recita la rivista Ecos. Per Algeria e Tunisia sono “un ponte verso l’Europa”. Per l’Italia, confermano il ruolo di “ponte naturale” tra il Nord Africa e l’Europa Centrale.
All’inaugurazione della Trasmed, le coste connesse dalla Castoro Sei sembrano essersi toccate da sempre, questa interconnessione battezzata più volte: Mare Nostrum, colonialismo, esplorazione scientifica, politica energetica. Questa amicizia trans-continentale produrrà ancora un’altra mappa del Mediterraneo. Questa volta non con navi militari, ma infrastrutture sottomarine, animali cibernetici, marinai-operai e istituti di formazione tecnica.
“Nelle parole del Capitano […] si riconosce l’eco della voce di un altro navigatore e raccontatore le cui avventure remote sono oggi poesia eterna.” [7] Scrive il giornalista dal ponte della Castoro Sei, il blu del mare riflesso nei suoi occhi.
Dopotutto, il liberalismo non ha origine dall’acqua, proprio come la vita terrestre?
La Palude è di nuovo protagonista delle fantasie di sviluppo Italiane. Ma non come un vuoto da bonificare, piuttosto come un fossile da bruciare. Viene estratta in una forma antica, fatta di residui di vite vegetali e animali che si sono depositati, assopiti nella litosfera e trasformati in strati geologici.
Materia che riposa in fondo alla terra, rocce digerite, sudiciume umido e ossa, qualsiasi cosa sia la Palude, i marinai-ingegneri della Castoro cercano di racchiuderla attraverso tubi e stazioni pressurizzate. La Trasmed taglia, spezza e riapre genealogie estese nel tempo profondo. L’acqua è separata dalla roccia, il gassoso reso a unità calcolabili. Risucchiata, compressa e spinta verso Nord, la Palude perde, prende, e perde ancora diversi nomi: gas naturale, metano, etilene.
Questo progetto realizza un’altra permutazione del sogno coloniale: trasformare il deserto in oro.
Se il gasdotto può accedere ai giacimenti, razionalizzando la materia turbolenta, spezzandola con i suoi macchinari… Se il gasdotto può accedere ai giacimenti è perchè farli muovere è il passo cruciale per ridisegnare il Mediterraneo in chiave neocoloniale. E così, nella scia della Castoro cerimonie e accordi si stratificano nel tempo. Dalla politica energetica, al piano Mattei per l’Africa [8] , all’esternalizzazione dei confini militarizzati della “nazione”, il Mediterraneo è un mare di ponti e fortezze che porta agli Italiani buone cose.
Terra resa liquida, liquido reso terra. Quante volte la Palude può essere orientata, sintonizzata ai linguaggi del capitalismo? Dove va il gas mentre si muove?
Movimento III
Il combustibile fossile che esce dagli impianti petrolchimici di ENI a San Brunone dà vita a nuove entità. Alcune entrano nei tubifici come resine che l’operaio usa per coprire l’acciaio, mentre altre si insinuano negli abitanti del Mar Piccolo come veleni.
Per effetto dell’industria, le maree espanse della Palude diventano discarica di rifiuti tossici. Diossine, furani e un’infinita progenie di sottoprodotti tossici vengono partoriti dai processi industriali, estendendone la frenesia nel futuro. Li chiamano inquinanti organici persistenti: i POP. [9]
I POP partono dalla loro fonte, viaggiando lontano e per sempre con l’acqua. Diventano clima depositandosi nei sedimenti del Mar Piccolo e Leggiadrezze, si trasformano e assimilano ai tessuti vivi degli esseri umani, delle piante, e degli animali. Persistono attraverso i cambiamenti di fase, mutano nel tempo e nel grasso corporeo. Si concentrano. Moltiplicano. Ingrandiscono, attraverso la catena alimentare, mettendo in moto imprevedibili effetti a cascata sulle generazioni future.
Anche quando i processi industriali sono cessati e le ciminiere spente, l’esuberanza estrattiva ha vita postuma. Si protrae, saturdandoli, nei corpi umani e più che umani, nel suolo e nell’acqua. [10]
Questa contaminazione latente non è una conseguenza involontaria dell’industria; ma la manifestazione di una violenza strutturale che identifica la Palude e i suoi mondi in bacini in grado di assorbire molteplici esternalità tossiche. Rompendo gli obblighi delle comunità verso le maree espanse del Mar Piccolo e di Leggiadrezze, la contaminazione rafforza le strutture insite al capitalismo estrattivo, garantendogli continuità nel futuro.
La senti anche tu? La Palude pulsa nell’aria. Il cielo fa acqua dappertutto. Ti bagna il viso. Si fa strada sulla lingua, nei polmoni.
Il tuo respiro bagna l’aria, si deposita sul terreno. Raggiunge un pesce.
Movimento IV
Le possibilità di fiorire collettivamente nelle eredità tossiche del capitalismo emergono nella difesa delle geografie umide di cui siamo parte.
Inspira.
Guardati attorno. Il suolo è liquido. La terra affonda sotto i tuoi piedi, molla, viscosa.
Espira.
È un intermezzo. Il momento tra l’adesso e il non ancora – quando le geografie su cui poggiamo non reggono più.
Siamo sommerse.
Esseri umani e pesci, sedimenti e alberi, in tutte le nostre fasi e ritorni siamo vincolate all’acqua, siamo vincolate alle possibilità, alle prosperità e alle miserie reciproche. Il nostro corpo è la progenie di mutazioni lente e diverse, intergenerazionali e interspecie. [11]
Bonifiche, alterazioni biologiche, frammentazioni geologiche. Non limitandosi al regno dell’umano o del non-umano, del terrestre o dell’acquatico, questi processi si intersecano e combinano. Così come si intrecciano e combinano le lotte di liberazione e riparazione.
Ricongiungerci all’acqua diventa necessario per rendere conto dei danni. Ed è necessario per divenire altro. Per difendersi e persistere nel dopo su questa terra devastata. Resistere, intessendo collettività sull’affermazione cocciuta e senza compromessi della Palude come luogo di vita, immaginazione, memoria, parentele e affinità. Nel passato e nel futuro.
Inspira.
Premi le tue dita sulla terra liquida. Sogna nei nomi anfibi di chi è venuta prima di te. Sussurra le storie che saranno.
Espira.
La Palude si gonfia nelle crepe del cemento. Si infiltra. Risale. E noi diciamo: lasciatela.
Terra e acqua si ricordano a vicenda. Il secco e l’umido si fondono. Il cielo si immerge nel mare, confondendo passato e futuro, vivente e non vivente.
Siamo Palude. E quello che genereremo sopravviverà all’impero.
Postfazione
Il Cielo, Fa Acqua Dappertutto contestualizza a Taranto una ricerca a lungo termine sugli intrecci tra idropolitica e imperialismo italiano. In particolare, la mia pratica si concentra da anni sul ruolo centrale che la cancellazione dei mondi anfibi — come paludi, lagune e delta — e delle loro cosmologie ricopre nei processi di consolidamento del progetto petrocapitalista.
Rappresentate come deserti improduttivi, le zone umide sono state al centro di quello che Samia Henni definisce il regime del vuoto [12]. Un sistema culturale, scientifico e politico che concettualizza alcune realtà sociali e ambientali come inerti, vuote e prive di sovranità al fine di legittimarne lo spossessamento, l’occupazione e la contaminazione. Lotte per il controllo dell’acqua e della terra, corpi destinati ad assorbire rifiuti tossici ed espulsioni sono tutti processi che emergono all’intersezione tra l’espansione dei regimi estrattivi e gli esaurimenti socio-ecologici che richiedono.
Intrecciata a doppio filo con l’imporsi dell’impero, la cancellazione della Palude è un processo che rimbalza dalla metropoli alle colonie, dal passato al futuro. Seguirne la materialità attraverso diverse fasi e temporalità — bonifiche, estrazione, inquinamento — offre una lente privilegiata per leggere la violenza dello “sviluppo” e dei suoi postumi in maniera trans-storica e trans-geografica.
E così la contaminazione delle paludi di Taranto e dei loro mondi si intreccia a crimini analoghi accaduti in altre parti d’Italia — ad esempio nella Laguna di Venezia, dove la mia ricerca nasce e si sviluppa, e per la quale alcune parti del testo sono state originariamente scritte. Allo stesso modo, le possibilità materiali alla base di questi processi sono necessariamente legate all’espansione (neo)coloniale Italiana ed Europea. Raccontare l’estrazione dei giacimenti di gas del Sahara Algerino, in questo caso, tenta di porre luce su un’infrastruttura dove l’occupazione del Mediterraneo, i processi di esaustione e inquinamento dei mondi anfibi, e la violenza razziale si costruiscono e legittimano a vicenda.
Di fronte a questo contesto, diventa urgente decolonizzare le materialità umide, i loro mondi e i loro miti per tentare di costruire futuri di liberazione. In questo senso, Il Cielo Fa Acqua Dappertutto vuole essere un piccolo contributo a quella che si potrebbe definire la mobilitazione della Palude. Una mobilitazione di pratiche di terra e acqua capaci di sostenere le lotte per la vita di collettività umane e più-che-umane e realizzare cosmologie anti-imperialiste. Dentro e fuori il Mar Piccolo e Leggiadrezze.
[1] Quando respiro, digerisco la Laguna / When I Breathe, I Swallow the Lagoon, scritto da Lodovica Guarnieri in collaborazione con H. Leigh Brown, commissionato da TBA21–Academy con il supporto di S+T+ARTS.
[2] AAVV, Una città inventata, una città vissuta. Taranto da un museo scomparso: i due quadri del canonico Ceci, 1986 Link PDR
[3] Ennio Corvaglia, Mauro Scionti. Il Piano Introvabile: Architettura E Urbanistica Nella Puglia Fascista. Bari, Dedalo, 1985.
[4] Quando respiro, digerisco la Laguna / When I Breathe, I Swallow the Lagoon, scritto da Lodovica Guarnieri in collaborazione con H. Leigh Brown, commissionato da TBA21–Academy con il supporto di S+T+ARTS.
[5] Benito Mussolini, discorso pronunciato a Taranto, 7 Settembre, 1934.
[6] Ecos, Anno XII, Nr114-116, 1983.
[7] Primo Levi, Uomini dal Multiforme Ingegno. In I Racconti di ECOS. Roma, Eni – Archivio Storico, 1984.
[8] Il Piano Mattei per l’Africa è un piano di interesse nazionale proposto dal Governo Italiano e presentato a Gennaio 2024 durante il vertice “Italia-Africa. Un ponte per una crescita comune”. Fonte: https://www.governo.it/it/piano-mattei
[9] Stockholm Convention on Persistent Organic Pollutants Website, “The POPs,” n.d., vedi http://chm.pops.int/TheConvention/ThePOPs/tabid/673/Default.aspx. Ultimo accesso 05/06/2025
[10] La prima parte di “Terzo Movimento” è riadattata dal testo Quando respiro, digerisco la Laguna / When I Breathe, I Swallow the Lagoon, scritto da Lodovica Guarnieri in collaborazione con H. Leigh Brown, commissionato da TBA21–Academy con il supporto di S+T+ARTS.
[11] Quando respiro, digerisco la Laguna / When I Breathe, I Swallow the Lagoon, scritto da Lodovica Guarnieri in collaborazione con H. Leigh Brown, commissionato da TBA21–Academy con il supporto di S+T+ARTS.
[12] Samia Henni. Deserts Are Not Empty. Columbia University Press, 1 Aug. 2022.