EP05 LA PALUDE SIDERALE / THE SIDEREAL SWAMP

Paludofobia + Waterfront

Giulia Crispiani, Gaspare Sammartano

A cura di: Post Disaster

Reading, Sound Performance,

11.04.2025

40.4791928, 17.2274380

Preludio

S’asfissia la palude se la terra si separa dal mare, pare che rimanga il sapore della salsedine alla terra, e alla corrente striature di verde e di fango, odore di stagno, si dice che la palude nient’altro sia che una storia d’amore, che i più confondono come malsana, come se fosse la stessa palude a causar la malaria, solo perché in certi luoghi l’uomo non dovrebbe mettere piede, potrebbe lasciare quell’incontro fortuito a consumarsi disinibito, e invece vuole il controllo, per mettere a profitto, di terra e mare, perché tutto quel bendiddio così pare sprecato, inutile agli occhi di chi non vede oltre il suo naso, come se fosse tutto suo, sempre s’arroga il diritto d’appropriazione, di legislare con una lingua che la palude non parla, s’inventa la bonifica coatta e coercitiva, s’ingegna per separare la terra dal mare, una volta per tutte, per sbarazzarsi delle zanzare, riempire gli acquitrini di sabbia, alzando gli argini per allontanare le onde, che con l’aiuto della tempesta s’intestardiscono a svalicare le dune, per permettere al mare di tornare a baciare la palude, e forse riescono a malapena a mandare schizzi come dispacci che ricordino del loro amore, manca al mare la terra e si sfoga in un pianto, erodendo la costa coi cavalloni, insiste continuamente, finché la luna calante lo tira indietro per consolarlo, l’aiuta a trattenere il respiro, mentre il mare si riempie di rabbia per il fattaccio che il fascio abbia deciso che l’unico modo di vivere sia intensificando i confini tra gli elementi, forzature schematiche tracciate con una riga, dividendo gli appalti in proprietà, dividendo radici in merce, mura e pavimenti fatti d’asfalto, il mare stesso trasformato in frontiera, tutto per prevenire il passaggio, l’amplesso, il pensiero, il flusso, a sua detta un incesto, una blasfemia, ma s’asfissia la palude quando la terra viene allontanata dal mare, nel vento rimane la memoria di questa congiunzione, e la sabbia ricorda di come un giorno l’acqua salmastra l’accarezzasse, allietandola dall’arsura del sole d’agosto, mentre lei limacciosa la teneva tanto stretta che un piede sarebbe affondato nella profondità del suo sentimento, appiccicose nella palude mare e terra diventavano una cosa sola, quando arrivò la bonifica con i lavori forzati a separare l’acqua dolce da quella salata, ma piange ancora il mare la sua amata palude, non ha mai dimenticato di aver amato la terra una volta, porta il suo odore sulle sue onde. 

Taranto, 10 Aprile 2025

 

I.

 

Sentite il fruscio tutt’intorno, sfregolio di due mari, sciabordio e rumore metallico, auto, campane, schiamazzi, eco porosa tutta ammassata, tutto sovrapposto, portato in spalla dal vento punge sul collo s’appoggia sottile come la polvere, d’un rosa che non s’era mai visto nemmeno al tramonto, andiamo a cercare l’odore di mare e lo troviamo in ostaggio sotto al bastione della prefettura dei fasci littori, lo tiriamo su con una narice come a memoria d’un tempo passato e futuro al contempo in cui il mare s’infila nei meandri della terra e  raddoppia a specchio dall’uno e dall’altro lato, s’insinua e diventa palude, soave s’appoggia e s’addolcisce, più freddo diventa un riparo dalla corrente, mare aperto davanti e chiuso alle spalle, e in un momento compresso cresce la città tutt’intorno, il borbottio del motore ora l’attraversa e la segue, non le lascia tregua nemmeno di notte, di giorno gabbiani e gridi sopra le barche d’altura e la guardia costiera, quali le navi attraccate in attesa, continua il ronzio, tanto che pare di raccontarsi segreti, ripetere o alzare la voce, allungare l’orecchio, annusare col naso, si sente a tratti l’odor di sacrificio, tanto che tocca spingersi sino al principio o fino alla fine per vedere cosa c’è dopo, per arrampicarsi su fino ai tetti del borgo, per capire che il mare s’è spinto davanti didietro e di lato col suo scintillio lascivo s’era immaginato nei secoli a venire di godersi tutto quel dondolio da un lato e dall’altro esimio, appoggiato comodamente su tre golfi di rara fattura, dove il mare manda tutta la sua progenie migliore a gettar le radici, si dice che lacrime a ciel sereno scorrano ancora tra golfo e seni, miracolose sorgenti sottomarine, gorgoglio, in un tempo compresso che tutto contiene e che parla a chi viene si fa sentire non appena ci si mette piede, che nel sacrificio cristianamente tutto si tiene il dolore del mondo, non solo dove si compie, rimane incagliato e cresce altrove sulle preghiere, se noi ora fossimo davvero quell’aldilà, s’è immolata la terra al mare per palesare com’è davvero questo mondo e come funziona il potere, ciò che cela la storia che dritta tira una linea, separa con la fobia e la chiama bonifica, rende abitabile, incasella, prosciuga, asfalta, espropria e tira su muri, sotto la fabbrica appare come un sogno l’ulivo divelto che per millenni aveva raccolto storie e massaggiato la terra con le sue radici e racconta che forse il nostro futuro era ieri, che domani tornerà a trionfare l’amore con tutta una serie di storie infinite e riaffiorerà la palude, ricomincerà la terra a dormire col mare, e noi adagiate sopra di esse, se non ci vediamo alla fine del mondo ci ritroviamo all’inizio del tempo, tra il gorgolio atavico e il ronzio odierno, struscia la mano sulla lamiera a memoria di tempi epici a detta di pochi, dicevano arriva il lavoro c’è da gioire, guarda come brilla al sole accecante, tiene le fila dell’innovazione, dopo l’arsenale l’industria impiegatizia, la città inventata e il gorgoglio si fa sciabordio, lo sgocciolio crepitio, tanto che tocca alzare la voce per farsi sentire, competere con i gabbiani, qui dove una volta c’era il mercato torniamo ad ascoltare il clamore e a decantarlo tutto d’un fiato, immaginando che un giorno la terra potrà ritornare a sé stessa, fallirà il piano della proprietà e del profitto su corpi e terreni, si potrà finalmente godere dello scintillio dei due mari che s’accarezzano, il fruscio del vento e l’aria salsa, respirare a pieni polmoni e sentire che siamo libere di deambulare senza dovere temere la notte. Ora andiamo e ascoltiamo, lente dilatiamo il tempo, soffermando l’orecchio su ogni dettaglio.

 

II.

Beata la palude bagnata, beata la melma e l’acqua stagnante, resistente alle mareggiate, storia d’amore infinita tra terra e mare, sale e sole, piana di marea, accumulo di sedimenti e sentimenti, non teme la solitudine e gode d’inondazioni frequenti, sempre sia beata la palude bagnata.

Mare mare a me tanto caro, tanto caldo e battente il sole da solo non riesce a prosciugare la palude, sempre ardente d’amore febbrile, tutt’intorno, sempre sotto vento, doppia corrente, bagnata dall’uno e dall’altro mare, al collasso del tempo è l’uomo che non vuole avere a che fare con la malaria, per paura, codardia o amor d’economia di cui la palude non si cura, perché è verso il contatto che la palude tende, del sale con l’acqua, dell’acquitrino col suolo, tra alghe e piante, rigoglio, del fango col piede, tra marea e mollusco, tra lo stiletto dell’insetto e il sangue dell’uomo, tutt’un’orgia tutt’intorno, bagnata dall’uno e dall’altro mare, tutto si mescola, coesiste, s’infetta, decade e nutre, tutta una libidine tra sole, sabbia e suolo, se solo si riuscisse a godersi quest’affare incestuoso, crogiolarsi nell’improduttività dell’amalgamarsi, amarsi un po’ senza davvero pensare a quel che si deve diventare, in balia delle onde, del vento, dell’aria salina, addormentarsi e sentirsi al sicuro in mezzo a due mari, sincronizzare il respiro alla lentezza d’una radice d’ulivo che nei millenni raccoglie memorie, storie, massaggia la terra, concede ombra e refrigerio nelle ore più aride, se non fosse che l’amore sregolato è temuto da taluni che proprio non ne vogliono sapere di che farsene, tantomeno riescono a sopportarne il compimento dinanzi ai loro occhi, proprio non lo vogliono vedere, e si sentono in dovere di doverlo regolare, separare, impedire, ingabbiare, confinare, imprigionare, bonificare, con una riga dritta e fallica sancire il fallimento del proprio desiderio decretando un’invalicabile confine, raddrizzare l’incosciente passione con la forza, progettando una città dall’alto, con gli incroci tutti paralleli, un traffico controllato, un arsenale, un cantiere navale, un porto mercantile, tante chiese e una galera, tutto al servizio d’una guerra da farsi altrove, la povera palude disciplinata, l’area sacrificata, l’amore regolato, solo da un verso e non più tutt’intorno, l’ulivo divelto, millenni di storie tramandate nei pomeriggi assolati cancellate, chi non ama l’amore improduttivo tra lembi e sabbia, da fuori arriva a proclamarlo povertà, dice che lì non c’era niente, qui come a levante, rade tutto al suolo e pianta pinete frangivento, perché per vivere bene dev’essere tutto riparato, tutto dritto, tutto discreto, tutto pudico, tutto risanato, per farlo però deve raccontare alle amanti storie di separazione, abituarle alla violenza, alla durezza del muro, al riverbero dell’asfalto, deve accusare il mare d’indecenza, mettere le amanti le une contro le altre, è così che l’uomo prende in mano la fobia, e per paura o codardia la diffonde, facendola passare di mano in mano, sostenendo che il pericolo viene da fuori, che è il capro che fa la spia e deve espiare dunque per giustificare il malfatto, che le amanti e le spiagge debbano appartenere a qualcuno, che follia è questa fobia che legittima la bonifica, allinea, inscatola, trattiene, soffoca fino ad uccidere, ma il mare memore del suo destino continua ad amare il vento, a bagnare la città da due lati, a mescolare se per caso s’è detto scambiare correnti col fondale e increspature col cielo, a far brillare le lacrime negli occhi delle amanti, ad immaginare un amore che ostinato non s’arrende fino a che da qui alla Palestina non saremo tutte libere, batte incessantemente lo stesso mare sugli scogli, batte bagnato di sangue, continua imperterrito a battere per erodere tutti i frangi flussi artificiosi, tutte le opinioni ferree, i binari e i tentativi di controllo sui corpi, e noi compatte e ostinate dietro al mare, c’immaginiamo fino alla fine un mondo libero dalle galere e dalle fobie, perché non abbiamo mai voluto essere tutte d’un pezzo, ma sciolte, laide e bagnate come la palude fangose, di lacrime commosse, libere e sguaiate sotto il cielo stellato, senza temere la notte, perché senza la nostra voce il mare non sente quello che abbiamo da dire, senza il nostro canto e lamento  il vento non sa cosa raccontare dall’altra parte del suo bacino, bagnato da un lato e dall’altro lambito, dall’eco insistente del vento, capelli duri dalla salsedine, amaro è il mare svuotato dalle sue passioni, e come si può concepirlo come luogo di separazione o confine, strumento di morte, come siamo arrivate a temere il mare, mare mare a me tanto caro, tu ti riempi e si svuota la galera, torniamo tutte a casa tra le braccia delle amate, mare memore del tuo destino tu continua ad amare il vento, a far brillare gli occhi delle amanti di lacrime di commozione. 

Noi sui tetti arrampicate rimaniamo a celebrare la palude e a godere del lambire di due mari che s’accarezzano, lo sfrigolio del tempo che si comprime su un grembo tra due seni e un golfo, sempre sotto vento, doppia corrente, brividi di freddo, schiamazzi, fruscio e sciabordio, una libido tutt’intorno è la striscia di sabbia che ricorda lo sfavillio dell’onda che dolcemente, liberamente improduttiva l’accarezza, che il mare si spinga davanti e didietro e di lato col suo scintillio lascivo nei secoli a venire per godersi tutto quel dondolio da un lato e dall’altro esimio.